LA CORSA DEGLI SCALZI A CABRAS

Uno dei più gravi problemi che hanno afflitto la Sardegna dal Medioevo e fino alle soglie dell’Ottocento è stato quello della pirateria islamica, che con un asfissiante pattugliamento dei mari e continue scorrerie a terra rendeva difficilissima la navigazione da e per l’isola e praticamente impossibile l’insediamento stabile sulle coste.

Cabras, in provincia di Oristano, principale centro della penisola del Sinis e perciò continuamente esposto al rischio di simili assalti, ne conserva il ricordo perfino nella sua principale manifestazione religiosa, la Corsa degli Scalzi, che si celebra nel primo fine settimana di settembre.

Varie centinaia di devoti a piedi nudi, con indosso le sole brache e la lunga camicia di tela bianca dell’antico abito sardo maschile (is cratzonis e sa camisa), succinta alla vita da un cingolo, in quei giorni danno vita a una caratteristica processione che, di corsa, accompagna una statua del Santissimo Salvatore lungo un itinerario che si snoda tra le campagne del paese per ben sette chilometri. Il procedere scalzi ha avuto forse origine nell’antica consuetudine cabrarese di non indossare scarpe, vista la conformazione essenzialmente palustre del territorio, e si è poi conservato in accezione penitenziale.

Il rito viene interpretato come la rievocazione storico-religiosa della resistenza prontamente opposta dai cabraresi a un assalto dei corsari barbareschi, nel 1619, che consentì di mettere in salvo non solo la popolazione ma anche l’immagine del santo, di cui si celebrava la festa nella sua chiesa campestre.

L’edificio, tuttora esistente nella sua configurazione seicentesca, sorge su un interessantissimo tempio sotterraneo pagano, con al centro un pozzo, ricco di preziose iscrizioni estemporanee tracciate sulle pareti da antichi devoti alla coppia divina formata da Marte e Venere e ad Ercole Salvatore. Con l’andare del tempo, esso è stato circondato da un novenario di casette in muratura, is muristenis o cumbessias, dando così origine a un piccolo villaggio a corte che, anche nella sua struttura, denota la continua necessità dei suoi frequentatori di doversi eventualmente difendere da attacchi militari in grande stile.

Probabile cristianizzazione bizantina di un culto pagano (da Ercole Salvatore a Cristo Salvatore), la festa in origine veniva celebrata il 6 agosto, solennità della Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor. Solo nel 1908, per farla coincidere con l’inizio dell’annata agricola, la data fu trasferita a quella attuale.

All’alba del primo sabato di settembre, dunque, is curridoris, “i corridori”, si riuniscono nella chiesa parrocchiale dell’Assunta, a Cabras, per prendere in consegna la statua del Santissimo Salvatore: una scultura in legno con decorazione in estofado de oro risalente al primo Seicento, cioè allo stesso periodo in cui la tradizione colloca le origini della festa. Due di loro afferrano le stanghe della portantina – il cui tabernacolo è chiuso su tutti i lati da un conopeo, per proteggere la statua dalla polvere – mentre altri due, di fianco, reggono le estremità di uno stabilizzatore montato trasversalmente. Ha quindi inizio la corsa, aperta da un alfiere che inalbera lo stendardo rosso del santo e che, con i portatori, forma una speciale squadra chiamata sa muda, “il cambio”: la prima di varie altre che si alternano, lungo il difficile tragitto, assumendosene gli oneri più gravosi.

Una volta raggiunto il santuario, percorrendo quasi sempre strade sterrate, hanno luogo varie celebrazioni religiose e un grande pranzo comunitario che si prolunga tra canti e balli fino a notte. La domenica mattina, dopo la messa, una processione con la statua del santo attraversa le viuzze del villaggio, concludendosi con il canto dei tradizionali goccius (laudi) accompagnati da launeddas e organetto. Al calar della sera i penitenti riprendono in consegna la portantina del santo e, sempre di corsa, la riportano a Cabras, dove con la benedizione del parroco viene posto termine ai festeggiamenti.