LA FESTA DI SANT’EFISIO A CAGLIARI

A fine maggio 1652, con una nave approdata dalla Catalogna, passando da Alghero arrivò in Sardegna la peste. Il contagio si diffuse in modo così virulento da investire in poche settimane l’intero settentrione dell’isola, per cominciare quindi a discendere, inesorabile, verso sud, con il suo terribile strascico di morte e desolazione.

Già l’11 luglio 1652, infatti, la Municipalità di Cagliari si riunì per deliberare adeguate misure profilattiche e votarsi ai santi considerati speciali intercessori contro le epidemie: Efisio, Rocco e Sebastiano.

Se gli ultimi due santi, già da secoli, erano correntemente invocati con tale funzione da tutta la Chiesa, la speciale devozione a Sant’Efisio, un condottiero militare martirizzato a Nora (presso Pula) durante le antiche persecuzioni romane ed ivi sepolto, può dirsi nata proprio in occasione del contagio. Infatti, nella sua passio si affermava che i Cagliaritani, andando in pellegrinaggio alla sua tomba, avrebbero ottenuto qualsiasi grazia per il corpo e lo spirito.

Proprio per incoraggiare questa pratica devozionale, il 27 aprile 1654 papa Innocenzo X concesse varie indulgenze a chi avesse visitato la chiesa di Sant’Efisio a Nora il 3 maggio, “giorno della sua festa”: il giorno della conversione di Ephysius dal paganesimo al cristianesimo. Il ricordo del suo martirio ricorre invece il 15 gennaio.

Un atto notarile del 14 aprile 1657 informa che, puntualmente, nel 1655 (e forse anche già l’anno prima) un gruppo di pellegrini si era recato in processione da Cagliari a Nora, con una scorta di miliziani a cavallo per il costante pericolo, nelle zone costiere, di improvvisi assalti dei pirati barbareschi.

Purtroppo nel novembre 1655, nonostante il cordone sanitario e le molte precauzioni, il contagio cominciò a mietere vittime sempre più numerose anche tra le mura di Cagliari. Il 4 marzo 1656, perciò, la Municipalità aveva formulato un nuovo e più solenne voto, affinché Dio, per intercessione di Sant’Efisio, si degnasse di liberare la città da quel flagello: e tutti gli anni, dalle casse cittadine, sarebbero stati estratti 100 scudi, da impiegarsi per celebrare in maniera più degna la festa del martire guerriero.

A ottobre la peste cessò, in cattedrale si intonò il solenne Te Deum di ringraziamento e già l’anno successivo fu effettuata per la prima volta, in forma ufficiale e solenne, la grande processione di quasi 50 chilometri che, partendo da Cagliari il 1 maggio, culmina il 3 con la celebrazione della messa sulla tomba del santo, a Nora. Il giorno successivo, sempre in forma processionale, la statua del santo su un carro a buoi, seguita a piedi dai membri dell’Arciconfraternita del Gonfalone e dai pellegrini, fa ritorno a Cagliari dove, al suo arrivo, viene formalmente proclamato l’avvenuto scioglimento del voto. Il rito, dal 1657, si è sempre fedelmente ripetuto fino a oggi con pochissime eccezioni, determinate da eccezionali frangenti storici.

La straordinaria e ricchissima cornice folklorica che accompagna il simulacro del santo alla sua partenza e lo accoglie al ritorno, con centinaia di devoti provenienti da tutta la Sardegna, vestiti dei loro abiti tradizionali di gala, riafferma nel tempo l’attaccamento e l’amore dei Sardi nei confronti del santo che papa Pio VI, nel 1794, proclamò Sardae Patronus Insulae (Patrono dell’Isola sarda), per aver sventato un tentativo di invasione del regno da parte delle armate rivoluzionarie francesi, avvenuto l’anno precedente.