Miti e leggende

La Sardegna fin da epoche remote, ha avuto nella sua cultura popolare un’insieme di miti e leggende che hanno caratterizzato le fantasie e le tradizioni dei luoghi. Fantasmi, esseri fantastici, personalità che hanno caratterizzato l’immaginario collettivo, un insieme di elementi fantastici e storici che hanno contraddistinto negli anni la nascita delle più comuni leggende popolari. Dalla tradizione orale a quella scritta, questi miti sono sopravvissuti negli anni e vivono ancora oggi nei paesi e nelle città, caratterizzando in alcuni casi le festività locali.

  • S’AMMUTADORI

S’Ammutadori è nella tradizione, un demone che è in grado di prendere il controllo dei sogni delle sue vittime. La sua presenza è in grado di provocare soffocamento, angoscia, nausea e oppressione sul malcapitato.

Questo genere di demone era difficile da mandare via in quanto si presentava durante il sonno, ma si poteva tentare con gli appositi scongiuri chiamati “Brebus”, ossia “Parola”. Tali scongiuri venivano fatti recitare anche ai bambini prima di andare a dormire. In alcuni di questi Brebus sono presenti alcune cause, secondo le quali s’ ammuttadori dovrebbe apparire, l’invidia ad esempio causa l’arrivo del demone .

La spiegazione scientifica di questo fenomeno, è sintetizzabile nella cosiddetta paralisi del sonno, o paralisi ipnagogica. Consiste prevalentemente in un disturbo del risveglio dal sonno, dove vi è una sorta di impedimento del risveglio. Tale stato di paralisi può durare alcuni secondi ma può capitare che persista anche alcuni minuti, non di più. La persona vittima di questi sintomi non è in grado di muoversi ne tantomeno di gridare aiuto.
Tali paralisi possono essere accompagnate inoltre dalle “visioni ipnagogiche” che causano sensazioni vivide in chi le prova.
Tali sensazioni oggi possono sicuramente causare ansia e paura, ma grazie al progresso scientifico siamo in grado di dare una spiegazione logica al fenomeno. Non era così cinquanta o sessant’anni fa, dove tale fenomenologia era più facile associarla a un demone, a S’Ammutadori.

  • IS ANIMEDDAS

La tradizione de “su mortu mortu” o del “bene delle anime” ossia “is animeddas”, così chiamata soprattutto nel sud dell’Isola, è presente da tempi immemori in Sardegna. Tale tradizione, che si svolge gli ultimi giorni di Ottobre e i primi di Novembre, non è cosi diversa da quella anglosassone. Vi sono infatti diverse analogie, ad esempio con le zucche intagliate, i bambini che durante la sera vanno in giro casa per casa chiedendo doni, minacciando qualche scherzo. Tale tradizione inoltre è presente in diverse parti d’Europa con piccole varianti. In Sardegna tale tradizione consisteva nell’andare di porta in porta a chiedere qualche dono per le “piccole anime”. In passato venivano donati dolci preparati in casa come su pani de saba, le pabassinas, il cosiddetto ossu de mottu, in alcuni casi venivano aggiunti anche altri doni quali melograni, castagne e varia frutta secca.

Mentre tali attività erano rivolte prevalentemente ai bambini, gli adulti ricordavano i loro morti invece con una cena frugale, raccogliendosi poi attorno al focolare, raccontando i fatti del passato e le leggende della zona. In alcuni casi si lasciava la tavola apparecchiata tutta la notte, con le credenze aperte, per permettere ai parenti defunti di nutrirsi. Nelle case, durante queste giornate venivano accese lampade a olio, una per ogni defunto della famiglia. In altre zone della Sardegna ai bambini venivano date delle forme di pane somiglianti a delle coroncine, tradizione in voga ancora oggi, anche se ormai i dolci tipici e il pane sono sostituiti da dolci e caramelle industriali.

  • S’ACCABBATORA

S’Accabbatora era una donna che, chiamata dai familiari di un degente terminale, poneva fine alla sua vita con un servizio simile all’eutanasia moderna. L’origine del nome deriva probabilmente dalla parola “accabbare”, ossia “terminare”. Tale personaggio è simile alle parche della mitologia greca. Si dice che venisse riconosciuta sia dalle istituzioni che dalla chiesa; alcuni antropologi dichiarano però che tale donna non sia mai esistita, aumentando così il mistero dietro questa figura. Si racconta che S’accabatora arrivasse nella casa del moribondo la notte, vestita solo di nero e con il viso scoperto. Chiedeva ai familiari di rimuovere dalla stanza tutti i simboli cristiani, i quali avrebbero impedito la dipartita dell’anima. Faceva infine uscire dalla stanza tutte le persone rimanendo sola con il malato. Dopo alcune preghiere, o per alcuni, formule magiche, la donna poneva fine alle sofferenze del malcapitato tramite un cuscino oppure con un colpo di “mazzolu”, un piccolo martelletto, ad altezza della nuca. E’ probabile che la donna accabbatora non provenisse dello stesso luogo del malato. Dal 1800 ad oggi sono comparsi vari testi sul tema, sia per affermare che per negare la presenza di questa inquietante figura nel mondo tradizionale sardo; molti di questi racconti però sono affidati alla tradizione orale. La figura dell’Accabbatora è tornata in auge negli ultimi anni grazie al libro di Michela Murgia, Accabbadora, e alla trasposizione cinematografica di Enrico Pau.

  • JANAS

Le Janas sono le fate della tradizione Sarda. Si racconta che vivessero nelle cosiddette Domus de Janas, anche se in realtà tali monumenti sono delle tombe preistoriche scavate nella roccia, tipiche della Sardegna pre-nuragica. Alcune leggende narrano di come tali Janas vivessero invece sulla cima dei nuraghi, passando il loro tempo a tessere con un telaio fatto d’oro. La loro indole era benevola e chiunque avesse avuto bisogno di aiuto, la loro magia sarebbe stata a loro disposizione. Si narra inoltre che chi riesce a trovare un loro telaio magico, verrà ricoperto dalla fortuna e dalla loro benevolenza. Oltre ad essere elementi della tradizione orale in Sardegna, le Janas vengono spesso citate in alcune opere di alcuni artisti sardi: è il caso di Maria Lai, che ne racconta la nascita grazie a un testo di Giuseppe Dessì.

“C’era una volta un dio che volava nell’infinito da un tempo eterno. Era onnipotente ma anche molto annoiato. Gli sembrava che il massimo della felicità fosse nell’avere desideri. Per questo inizia la ricerca della Terra e dell’uomo, perché sa che l’uomo è l’unico in grado di sognare l’impossibile.

Ma, una volta trovata la Terra, scopre che l’uomo non ha imparato a sognare. Il pianeta è popolato come di un brulichio di formiche: gli uomini si combattono e cercano di complicarsi la vita in tutti i modi, ma non hanno imparato a sognare. Tutto fanno fuorché sognare.

Allora il Dio convinto dice: “Sarò io il primo uomo a sognare”. Cerca sulla terra un luogo disabitato dove vivere solo e lo trova in una piccola isola a forma di piede. E’ la Sardegna.

Quest’isola è ancora selvaggia, piena di pietre. Il Dio si concentra e si fa uomo, ma sceglie di farsi già vecchio, perché per avere dei desideri bisogna vivere con fatica.

L’isola gli mette a disposizione sassi e sugheri e uno sciame di api che lo seguono ovunque. Lui capisce cosa ha a disposizione, lo assembla e con semplici arti umane costruisce il primo alveare, risolvendo così il problema della fame.

Un giorno, addormentato, il Dio viene disturbato da un’ape. Con un gesto della mano involontario cerca di allontanarla, lasciandosi però sfuggire una scintilla di potere divino. Cosi tutto lo sciame si trasforma in una tribù di piccolissime divinità femminili. Nascono le Janas.

Conquistano la dimensione umana giocando a fare le donne, ed essendo per natura profetesse sanno che le donne, quelle umane, presto sbarcheranno sull’isola.

Intanto scavano case nella roccia e le arredano giocando a fare le donne come le bambine giocano a fare le signore.

Un giorno all’orizzonte arriva la prima imbarcazione umana. Arriva uno strano popolo. Non si sa bene da dove arrivi, è un popolo rude, selvaggio, un popolo di guerrieri. Le Janas si interessarono subito alle donne e volando intorno alle loro teste le convincono a lasciare il lavoro pesante agli uomini.

E cosi finalmente le donne entrano nel mondo delle Janas, dove imparano a filare e a tessere sui telai preparati dalle fate che essendo state api avevano innata una geometria genetica. Per questo i telai erano costruiti con estremo rigore e precisione. Le donne in unione con le Janas avevano portato una qualità essenziale: la pazienza. E allora rigore delle Janas e pazienza delle donne divennero condizione ideale per la nascita della creatività.

E’ così che sono nati i tessuti delle donne sarde che erano popolati e lo sono ancora oggi di immagini ritmiche e simboliche.”

  • LA FILONZANA

La filonzana può essere definita in un certo senso la parca sarda, poiché essa tiene in mano il fuso e fila in continuazione un filo sottile.
Il filo rappresenta la nostra vita e lei è consapevole di avere in mano le sorti del mondo. L’aspetto caratteristico della filonzana è una gobba estremamente pronunciata, e un volto coperto da una maschera grottesca, cattiva e ambigua. La filonzana non ha una bella fama, la gente la teme per via del filo che tiene tra le mani.
C’è da dire che la filonzana è una maschera tipica del carnevale sardo: appare quasi per magia al termine delle feste, quasi come un monito per la baldoria che si è appena fatta. C’è chi dice che la sua figura accompagnasse i ragazzini a fare la carità nella notte di capodanno; ogni casa del paese doveva aprire le porte e regalare frutta secca e dolciumi.
La presenza della maschera della filonzana doveva assicurare una buona riuscita della questua. Chi non si dimostrava generoso ma avido, riceveva di tutta risposta frasi o proverbi tradizionali di malaugurio.

Bibliografia e sitografia