I carnevali

Il Carnevale in Sardegna è una festa particolarmente sentita, si festeggia infatti in tutta l’isola, con manifestazioni capaci di attirare un folto pubblico ed incuriosire turisti di ogni angolo d’Italia. Le celebrazioni iniziano con la festa di Sant’Antonio Abate, nella notte tra il 16 e il 17 gennaio, e continuano fino al mercoledì delle ceneri, con picchi di festeggiamenti e partecipazione di pubblico nei giorni di giovedì e martedì grasso.

Sa carrela ‘e nanti

Si tratta del carnevale di Santu Lussurgiu, dove gli ultimi tre giorni della festività si può assistere, nella via principale del centro storico del paese, ad una corsa equestre, spericolata e suggestiva, così come quelle della Sartiglia a Oristano e dell’Ardia a Sedilo. Il nome di questo evento del carnevale di Santu Lussurgiu deriva dall’antica denominazione della strada dove si svolge, e per l’occasione tutto il centro storico raccoglie una numerosa folla di curiosi. Il quartiere teatro della corsa di chiama Biadorru ed il percorso, che è sempre lo stesso, è costituito da uno sterrato, preparato per l’occasione lungo la via Roma, caratterizzato da un susseguirsi di strettoie, slarghi e discese, fino a concludersi con una salita. L’organizzazione è nelle mani dell’Amministrazione comunale, della Pro Loco e del Circolo Ippico Lussurgese.

La manifestazione inizia la settimana prima del carnevale, con le prove del percorso che i cavalieri lussurgesi dovranno affrontare in sella ai loro cavalli. La corsa ha invece inizio la domenica di carnevale, quando i cavalieri, vestiti di abiti multicolori e col viso dipinto, si allineano nel s’iscappadorzu, il punto di partenza, e si lanciano in pariglie di due, tre o quattro persone lungo il percorso. Il giorno più importante della corsa, ed in passato più discusso, è su lunisi de sa pudda, cioè il lunedì della gallina, dove i cavalieri al galoppo devono tentare di abbattere delle gallinelle di pezza appese, circa a metà percorso, ad un filo che attraversa la strada. Questo momento è stato il più discusso perché una cruenta tradizione voleva che fossero appese delle galline vive a testa in giù, mentre i cavalieri dovevano tentare di tagliare loro la testa con un bastone. L’abilità dei cavalieri consiste nell’affrontare il percorso tortuoso con eleganza, equilibrio e tecnica. La conclusione avviene di martedì, con la premiazione delle tre migliori pariglie e degli altri partecipanti.

La corsa è accompagnata da eventi folkloristici ed enogastronomici, è infatti usanza offrire ai visitatori vino e acquavite locali, oltre che speciali culurzones dolci di pasta di mandorle. L’ultimo giorno i cittadini del paese sono soliti offrire a tutti una grande cena, per chiudere il carnevale in festa.

Sa Sartiglia

Evento di risonanza internazionale, si svolge a Oristano l’ultima domenica del carnevale. La Sartiglia consiste in una corsa di cavalli che vorrebbe rievocare le antiche giostre equestri medievali, il nome stesso deriva dal castigliano sortija, che a sua volta deriva da una parola latina che significa amuleto, sortilegio. L’organizzazione è gestita dai gremi, ovvero dalle corporazioni di artigiani, agricoltori e falegnami. È caratterizzata da una serie di rituali che scandiscono i tempi dell’evento: la vestizione, la benedizione, la corsa.

Protagonista assoluto della Sartiglia è Su Componidori, la cui vestizione avviene in un luogo cosparso di chicchi di grano e petali di fiori, ed è eseguita da ragazze che indossano i costumi oristanesi. Su Componidori indossa eleganti abiti tradizionali, porta infatti una camicia bianca con ampie maniche strette da nastri colorati, una giacca senza maniche chiusa da fermagli d’argento, una maschera di legno chiara, un velo triangolare bianco ricamato ed un cappello a cilindro nero. È suo compito benedire la folla con un mazzo di violette e pervinche intriso d’acqua, detto sa pippia de maju, la bambina di maggio. Dopo la benedizione inizia una sfilata, seguita infine dalla corsa equestre lungo le strade del centro storico del paese. Lungo il percorso vi sono una serie di stelle appese trasversalmente nella strada, simbolo di vita prospera e fertilità, lo scopo dei cavalieri e di Su Componidori è quello di infilzare, con spade o bastoni, quante più stelle possibile; la tradizione vuole che più stelle vengono infilzate, più abbondante sarà il raccolto.

Questa manifestazione, caratterizzata da rituali solenni, riesce ad attrarre un pubblico sempre più numeroso, e ha ispirato celebri artisti e scrittori sardi.

Le sfilate allegoriche

I grandi eventi del carnevale sardo non si esauriscono con Santu Lussurgiu e Oristano, infatti numerosi altri paesi organizzano importanti manifestazioni. Sono tre i paesi che si distinguono fra tutti gli altri, per la maestosità dei festeggiamenti e delle sfilate: San Gavino Monreale, Tempio Pausania, Iglesias. La ricerca degli sponsor, la decisione del tema annuale, la costruzione materiale dei carri allegorici e in generale tutto ciò che riguarda la preparazione del carnevale, inizia in questi centri già da dicembre.

A San Gavino Monreale il carnevale costituisce una delle feste più popolari e partecipate della città, e vuole rappresentare l’antico rituale del sacrificio del capro espiatorio. Il simbolo della festa è su Babballotti, un pupazzo di cartapesta che apre la sfilata e rappresenta il dono offerto per il sacrificio, dove si scaricano tutte le colpe, dei singoli o della comunità. La sfilata dura più o meno 7 ore e culmina con una grande festa in piazza Marconi, dove viene bruciato su Babballotti. I carri sono realizzati da molti artisti locali e costituiscono un vero prodotto d’eccellenza, capace di competere con i più importanti carnevali del territorio nazionale.

Il carnevale di Tempio Pausania si tiene ogni anno dal 1956 e il personaggio icona della festa è Sua Maestà Re Giorgio, chiamato inizialmente Jolgliu Puntogliu. Questo personaggio rappresenta in generale le forme di potere e i mali della città e della popolazione legati ad esso, ogni anno cambia infatti aspetto, e fino ad oggi ha rappresentato Sindaco, assessori, Presidenti del Consiglio e della Repubblica. Le sfilate iniziano il giovedì grasso e per sei giorni Re Giorgio viene adorato ed osannato, la domenica si festeggiano le nozze del Re, mentre il martedì grasso viene “processato” per tutti i suoi peccati e bruciato nella piazza principale del paese. Originariamente il Re era rappresentato da un fantoccio imbottito con paglia ed infilato in un palo, oggi invece viene realizzata una grande figura seduta su un trono.

Infine, anche Iglesias, come Tempio e San Gavino Monreale, organizza un’imponente manifestazione di grande valenza artistica e di forte attrattiva, sono infatti numerosi i gruppi che nel paese, ogni anno, si dedicano alla progettazione e costruzione dei grandi carri allegorici. Durante le festose sfilate nel paese vengono accolti anche i carri provenienti dai paesi vicini e ai visitatori tradizionalmente vengono offerte zeppole, grazie ai contributi dell’Amministrazione comunale e della Pro Loco.

Le Maschere tradizionali

Accanto alla manifestazioni carnevalesche citate esistono degli altri carnevali, altrettanto originali e suggestivi, organizzati in molti paesi sardi della Barbagia, ispirati al tema ancestrale della lotta tra uomo e natura, quest’ultima intesa in un’accezione magica con cui l’uomo deve per forza fare i conti, per la sopravvivenza del paese stesso. Ciascun paese ha le proprie particolarità e il carnevale si declina in modi diversi, ma la matrice, di origine agropastorale, è comune a tutti. Questi carnevali sono particolarmente affascinanti perché vengono rappresentati da persone vestite con le maschere tradizionali, che sono ormai entrate nell’immaginario collettivo, e quindi indissolubilmente collegate alla Sardegna stessa. Mamuthones e Issohadores a Mamoiada, Thurpos a Orotelli, Boes e Merdules a Ottana, Mamutzones e Urtzu a Samugheo; queste sono le maschere più importanti e conosciute, protagoniste di diversi rituali, accomunati dallo scopo principale che sottende ciascuno di essi, ovvero scacciare ogni male dai propri paesi.

Mamoiada – Mamuthones e Issohadores

Assolute protagoniste del carnevale di Mamoiada, queste maschere si ritrovano per le strade della cittadina durante tutta la festa, che inizia il 17 gennaio con l’accensione in ogni quartiere dei fuochi per Sant’Antonio Abate.

I Mamuthones sono le maschere più famose della Sardegna e a Mamoiada la loro prima apparizione del 17 gennaio segna l’inizio del carnevale stesso. L’iconico abbigliamento è costituito da: sa bisera, una maschera facciale scura in legno di pero; un berretto sostenuto da un fazzoletto di lana marrone, legato sotto al mento; la mastrucca, un soprabito senza maniche costituito da quattro pelli di pecora dal pelo lungo e nero cucite assieme; sa garriga, ovvero una serie di cinghie di cuoio legate al corpo, su cui vi sono dei campanacci di diverse dimensioni in corrispondenza del dorso e delle campanelle bronzee disposte sull’addome.

Gli Issohadores indossano invece: una casacca di panno rosso; dei calzoni di velluto scuro o di tela bianchi; un piccolo scialle di lana legato sui fianchi; sa berritta, un cappello tenuto da un fazzoletto colorato legato sotto al mento; una cintura a tracolla.

Mamuthones e Issohadores si muovono per le vie del paese in una sfilata che a volte si trasforma in una danza e a volte assume tratti solenni, ricordando la sacralità delle processioni religiose. I Mamuthones sono dodici, come i mesi dell’anno, e camminano in due file parallele con passo cadenzato, per far risuonare i campanacci; gli Issohadores stanno accanto a loro e con movenze più agili danno il ritmo al rituale, ogni tanto con dei salti improvvisi “catturano” prigionieri tra il pubblico, gettando sa soha, una fune di giungo, sugli spettatori. Il carnevale ha ufficialmente inizio quando i Mamuthones si presentano ai fuochi accesi nel paese e viene loro offerto vino e dolci; questo momento catartico rappresenta il significato più profondo e antico delle maschere stesse: presenze sinistre, rumorose ed inquietanti, associate a quelle figure minacciose che nel mondo agropastorale si credeva popolassero gli inverni, a cui vengono offerti doni per renderle amichevoli e farle tornare nella loro oscurità, permettendo la rinascita primaverile.

Accompagna queste celebri maschere anche Jubanne Martis, fantoccio col corpo a forma di botte di vino, che la sera di martedì grasso viene issato su un asino e colpito per tutta la sfilata da un gruppo di straccioni, che nel mentre offrono da bere agli spettatori.

Orotelli – Thurpos e S’Eritaju

La maschera tipica di Orotelli è quella dei Thurpos, i ciechi, che si dividono in: Thurpo massaio, il contadino, Thurpo boe, il bue, su Voinarzu, il pastore che li comanda. I Thurpos hanno il viso annerito con la fuliggine e il capo nascosto sotto il cappuccio di un cappotto di orbace nero, indossano un abito di velluto scuro, gambali di cuoio, e portano una cinghia a tracolla su cui vi sono dei campanacci.

Questo carnevale è differente da quello di Mamoiada, il rituale prevede infatti che il Thurpo massaiu ed il Thurpo boe, accoppiati e legati insieme per la vita da una fune, vengano guidati dal Voinarzu per le strade del paese, mentre altri Thurpos trascinano un aratro, seguiti dai seminatori che cospargono di crusca le strade. Le maschere del contadino e del bue, legate come a ricordare il giogo dei buoi, si aggirano insieme alle altre maschere per il paese alla ricerca di un amico, un conoscente, o anche un estraneo, da fare “prigioniero”; la cattura rievoca antichi rituali propiziatori che rappresentavano la lotta del contadino-bue contro la natura.

Da qualche anno viene proposta un’altra maschera, S’Eritaju, il riccio, che deve il nome al collare di cuoio che indossa, in esso sono infatti applicati dei dischi di sughero rivestiti di pelle di riccio, compresa di aculei. La tradizione vuole che durante le sfilate abbracciasse le donne per riuscire a pungerle sul seno, rituale che simboleggia la fecondazione e la fertilità.

Il carnevale orotollese si festeggia con queste particolari sfilate dal 1979, anno in cui i Thurpos sono tornati in luce, grazie alle ricerche portate avanti da un gruppo locale intitolato a Salvatore Cambosu.

Ottana – Boes e Merdules

Queste maschere rappresentano buoi e contadini, e mettono in scena per le vie di Ottana la tradizionale vita contadina. Il Boe indossa: una maschera bovina decorata di legno di pero; una mastrucca bianca, come i Mamuthones di Mamoiada; una cinghia a tracolla coperta di pesanti campanacci sulla schiena e campanelle più piccole bronzee. Il Merdule invece, che vuole rappresentare un contadino grezzo e deforme, porta: una maschera scura antropomorfa di legno di pero, con espressioni grottesche; pelli di pecora nere; campanacci; una bisaccia.

Durante le sfilate il paese è animato da gruppi organizzati o spontanei di queste maschere, con i Merdules che cercano di domare i Boes, tenendoli con delle funi e colpendoli con dei bastoni; la rappresentazione è una vera e propria pantomima, volutamente esagerata, in cui non c’è un programma prestabilito e le maschere si comportano in modo incontrollato e rozzo. Lo scopo dei contadini è quello di mettere in scena in modo ironico la situazione di padroni e schiavi al tempo stesso degli animali, dovendoli addestrare faticosamente, e cercare nella giovialità la forza per affrontare la fatica del lavoro.

A questi gruppi di Boes e Merdules seguono altre maschere zoomorfe e antropomorfe, tra queste ultime la più importante è Sa Filonzana, la filatrice: si tratta di una vecchia gobba che indossa una maschera simile a quella del Merdule, grottesca e distorta, vestita con abiti femminili neri, gambali e scarponi di cuoio. Sa Filonzana tiene in mano un rocchetto da cui pendono fili di lana, simbolo della caducità della vita umana, e minaccia di reciderli come malaugurio a tutti quelli che incontra e che non lo offrano da bere.

Samugheo – Mamutzones e Urtzu

Il carnevale di Samugheo vuole rievocare rituali dionisiaci; qui i Mamutzones sono vestiti di pelli di capra, indossano una maschera di sughero con lunghe corna di bovino o di capra e rappresentano i seguaci di Dioniso. S’Urtzu, una inquietante maschera zoomorfa, è coperto invece di una pelle intera di caprone, compresa la testa, e viene tenuto per la vita dal suo guardiano, Su Omadore. S’Urtzu, durante le sfilate, si butta talvolta in terra e mima la morte dell’animale, i Mamutzones invece danzano intorno a lui, cercando di raggiungere l’estasi per eguagliare la divinità cui sono devoti.

Fonni – Buttudos e S’Urthu

Anche Fonni vanta un suo carnevale tradizionale, nonostante sia meno conosciuto dei precedenti. I Buttudos, le maschere tradizionali del paese, sono vestiti di stracci neri, portano uno scialle sul capo e hanno la faccia coperta in modo disomogeneo di fuliggine; durante i festeggiamenti si divertono ad inseguire e disturbare le ragazze che incontrano. Il protagonista del carnevale è Narcisu, fantoccio che ricopre il tradizionale ruolo di capro espiatorio dei mali del paese, infatti viene “processato” e bruciato alla fine del carnevale. Tradizionalmente Narcisu veniva trasportato nelle strade del paese dai Buttudos, che si lamentavano delle sue sorti con versi licenziosi; recentemente si è ripresa e riadattata quest’usanza. Un’altra maschera tipica del carnevale fonnese, scomparsa e riportata in auge negli ultimi anni, è quella di S’Urthu, di origine ed interpretazione incerta; una teoria la ricollega alla maschera dell’orso, molto diffusa nel carnevale europeo, mentre un’altra interpretazione la associa al termine “coperto”, essendo l’orso un animale estraneo alla fauna sarda.

Gavoi

Nel Cuore della barbagia si svolge uno dei carnevali più antichi e popolari della Sardegna in cui, a differenza degli altri, prevale l’allegria, in un mare di musica, canti e balli. Non è la classica sfilata di maschere da contemplare ma un vero e proprio incontro coinvolgente di persone che, attraverso la musica dei Tumbarinos (termine riferito sia ai tamburi che ai suonatori), animano le piazze del paese, partendo da Piazza San Gavino.
Il Carnevale si inaugura ufficialmente con il Jovia Lardajola (il giovedì grasso) e la tradizionale Sortilla de Tumbarinos (sfilata dei tamburini) ma, nelle settimane che precedono tale manifestazione, il suono flebile e lontano dei tamburi caratterizza le vie silenziose del paese.
In ogni casa mani sapienti e orecchie allenate “tirano” le pelli di pecora e capra sino a trovare il suono perfetto; dalle antiche cassapanche vengono rispolverati i cappotti in orbace, i completi di velluto, sos cambales (i gambali), in rappresentanza delle antiche divise dei pastori. Un silenzio suggestivo anticipa sa Sortilla prima di sentire sos Tumbarinos uscire dalle case.
Le piazze diventano palcoscenico di balli e canti accompagnati dagli antichi strumenti: su Tumbarinu (il tamburo), su Pipiolu (il piffero), su Triangulu (il triangolo) e su Tumborro (antico strumento a corda realizzato con vescica animale).
Il Tamburo è la vera maschera e il vero protagonista di questo Carnevale barbaricino dove tutti sono benvenuti, basta un po’ di fuliggine sul viso. Alcune ipotesi sostengono, infatti, che i suonatori con il viso sporco di nero fossero la reminiscenza di un rito che prevedeva l’accompagnamento del sacrificio della vittima del carnevale con la musica.
La tradizione orale testimonia che alla vigilia della prima guerra mondiale, ci fossero solo quattro tumbarinos in tutto il paese, sparsi nei vari rioni e la sfida era quella di difendere il proprio tumbarinu dal coltello del rione avversario. Oggi, a Gavoi, si contano oltre mille tamburi e l’abilità nel costruirli è stata diffusa e tramandata ai giovani che hanno imparato a scegliere le casse di legno (provenienti da antichi setacci di farina e forme per il pecorino romano), a conciare le pelli, a tenderle e legarle fino a conferire loro un timbro unico.
Pier Gavino Sedda, cultore di musica e tradizioni popolari, da sempre impegnato nella promozione culturale del suo paese e del suo territorio, parla con entusiamo del Carnevale: “È un evento che si ripete e nello stesso tempo si rinnova ogni anno. La musica de sos tumbarinos caratterizza fortemente il nostro Carnevale. La preparazione delle pelli precede l’avvenimento. Le puliamo, le depiliamo, procediamo alle operazioni di cucitura, le mettiamo sul tamburo e le facciamo asciugare affinchè siano pronte per il giovedì. Il loro suono risuonerà nel paese fino a tarda notte”.
Nel periodo del Carnevale a Gavoi si può inoltre assistere al corteo “de su Zizzarrone”, il pupazzo di carnevale, che da alcuni anni ha assunto la forma e la funzione dei diffusi cortei allegorici con gruppi mascherati rappresentanti temi e personaggi della società attuale. Dopo la rumorosa e partecipata sfilata per la via principale scandita dal suono di numerosi tamburi, i carri, con “su Zizzarrone” in testa, vengono convogliati in un ampio piazzale panoramico, non distante dal Comune, dove si dà inizio ai balli eseguiti da un’orchestrina, “su sonu”, composta da un piffero di canna, un triangolo e un tamburo e spesso supportata dal canto “a boche ‘e ballu.

Ovodda

La giornata principale del carnevale di Ovodda si svolge il mercoledì delle ceneri. L’imbrattatura del volto con fuliggine di sughero bruciato è l’operazione preliminare per partecipare alla manifestazione che, all’insegna dell’anarchia e della improvvisazione, vi si tiene nel pomeriggio di quello stesso giorno: in qualche modo costituisce un rituale di ingresso nella festa della comunità, della quale si diventa immediatamente attori più che spettatori accettandone il caos e la baraonda che le sono propri. In un disordine crescente la piazza, sempre più affollata, viene sistematicamente attraversata, in un forsennato andirivieni, da asini cavalcati da maschere fantasiose e da pecore, capre, anitre, galline, cani condotti al guinzaglio: una piccola, allegra “corte dei miracoli” che attende la sera per partecipare al processo, condanna e uccisione del pupazzo di Don Conte. In questo fantoccio la popolazione di Ovodda, secondo un copione classico dei riti di eliminazione carnevaleschi, riconosce il responsabile di tutti i mali della comunità. Don conte viene accompagnato, senza un percorso predefinito, da un largo seguito di persone lungo le vie del paese. Il corteo è seguito da sos Intintos, cioè “i colorati”, uomini vestiti con stracci e abiti vecchi, col volto annerito dalla fuliggine. Alcuni di loro, gli Intinghidores, imbrattano con polvere di sughero bruciato (“zinziveddu”) i malcapitati che incontrano per strada. La manifestazione raggiunge il suo epilogo quando, cessate le musiche, un giudice esagitato dà avvio all’elencazione dei misfatti di Don Conte, che risultano essere di portata locale, nazionale e internazionale. L’arringa, particolarmente accanita, non può non approdare ad una condanna esemplare che viene immediatamente eseguita dando fuoco al fantoccio. Il carretto su cui è posato viene immediatamente mosso da alcuni ragazzi che, seguiti da una turba di gente, trascinano di corsa il pupazzo in fiamme fino alla periferia del paese, facendolo infine precipitare nella valletta sottostante con soddisfazione di tutti.

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  • www.sardegnacultura.it